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appunti
e riflessioni Voleva essere, e lo è stato, precisa traccia (com’è nella scrupolosità metodologica della sua produzione) di un grande “a.antropomorfo”, costruito in cartapesta in funzione di una esigenza espositiva (San Michele a Montecelio), ma che oggi rappresenta l’immagine-traccia comune a molte delle opere in cotto che ormai scandiscono la sua produzione e gli anni. Comune a tali opere è una figura che partendo da un tronco (studiato e riprodotto di per sé negli anni '90 , palesemente nella nota nodosità dell'ulivo), si trasforma nello sviluppo verticale, con una rotazione-contorcimento di valore formale e simbolico, in una figura umana (dall’evidente caratterizzazione mammaria femminile e peraltro senza alcuna ricerca delle peculiari rotondità e levigatezze), che protende testa e braccia, rami e foglie, nello spazio aereo, in perfetta simmetria ed equilibrio con la parte basale e radicale. Nella
figura, nell’intenzionalità, nella non casuale ripetitività iconica
c’è, come altrove e in altro tempo ho scritto, una
ricerca dell’uomo nel suo contesto evolutivo genetico (uomo-natura) e metamorfico
culturale
(straniamento reciproco dell’essere umano e dell’habitat che lo
circonda). Ma,
se questo è il tema o la comune matrice sul piano ideoconcettuale, diverse sono state le
interpretazioni formali e costruttive date. Dal
quadro pannello, Picchi reinterpreta il tema nell’opera 70, in una sorta
di stele ipostatica. Via il
riquadro, via la cornice: gli elementi figurativi, gli stessi,
inequivocabilmente quelli, vengono riportati in una concrezione scultorea,
da mostrare su basamento, con un’evidente approfondimento dei piani e
delle intenzionalità. Una operazione che, culturalmente e in senso storico, trovo analoga a quella che fece un maestro dell'arte contemporanea, Lucio Fontana, negli anni 1959/60, con un taglio alla tela (l’opera più nota) e con sforamenti e tagli analoghi su materiali altri e vari (si vedano le opere titolate “concetto spaziale” in http://www.fondazioneluciofontana.it/galleria/I117.htm). Ma laddove in Fontana il gesto, sorprendente per i tempi e di portata culturale enorme per la storia dell’arte (ben oltre l'influenza della cosiddetta poetica dadaista, cui si rifanno le odierne "performance-installazioni"), restava simbolico ed allusivo, d’intenzionalità e di fatto, in Lanfranco Picchi si va per così dire inevitabilmente oltre, all’interno del taglio o del foro della superficie iconica.
Restando pur
sempre ancorati alla sfera della produzione del g.f.
pollutri, gennaio 2007 |
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