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Cromie
postmoderne in Gianfranco BEVILACQUA
Negli anni cinquanta e sessanta,
un tempo ormai storico, artisti oggi etichettati come materici hanno
rivoluzionato, intenzionalmente o di fatto, l’antica maniera di
fare arte, immagine, manufatto artistico.
Wols e Dubuffet, Pollock e Fautrier, l’italiano Burri, interpreti
dell’Informale più sentito e rigoroso, hanno operato, un netto
distacco dalla tradizione figurativa: il quadro, per restare alla
pittura, non come immagine d’altro, ma come luogo in cui la
materia – per lo più materiali vili, sacchi
grezzi, plastica ed altro – da immagine di se stessa.
“Il quadro – scrive uno storico - consiste proprio nella
materia in cui è costruito, in quanto dotata di una sua intrinseca
espressività visiva e cromatica”. Lo stesso Lucio Fontana, che per
altro verso anticipa il Concettuale, pur abbandonando la componente
materica del colore, con il suoi tagli opera un gesto finalizzato a
creare sulla tela o della stessa tela una nuova immagine-realtà.
Ma, di questo passo, i sopravvenuti concettuali degli anni
settanta ( i fautori dell’Action Painting), sono andati
aldilà dello stesso gesto intenzionale e creativo, volto ad una
modulazione spaziale della superficie (si pensi al modulare segno di
Capogrossi) per approdare negli anni successivi ad una operazione dagli
esiti discutibilmente estetici e certamente di poca o scarsa valenza
artistica. Sino ad incorniciare ed esporre come “opera
d’arte” qualsiasi manufatto preesistente al gesto, qualsiasi scoria
del tempo vissuto, qualsiasi muro sbrecciato, macchiato, corroso, dal
tempo o ...dal piscio di un cane.
Dopo molti decenni si tornava al grado zero, aniconico del Dada
inizio secolo, all’abbandono del quadro come opera e, tutto sommato si
condannava l’artista all’afasia o, come ancora talora avviene, ad
operazioni di ormai banali quanto pretenziose reificazioni di
manufatti ripescati dal robivecchi o dalla discarica. Tanto vale
cambiare mestiere, come onestamente ammettevano alla fine del loro
percorso gli stessi dadaisti.
Parallelamente è sopravvissuta una tradizione figurativa che, pur
modificando e rinnovando i suoi mezzi espressivi, pur talora operando
una semplificazione pop-iconica del manufatto d’arte, ha comunque
operato un recupero dell’immagine oggettuale.
L’opera d’arte come immagine costruita o reiventata, segno
intenzionale e significante.
Ed è, certamente, il caso di Gianfranco Bevilacqua, artista che
negli studi e nel vissuto di più decenni di ricerca e di attività ha
rimodulato in proprio le molteplici esperienze dell’arte moderna e
contemporanea, per esprimersi – con indubbia originalità ed efficacia
– in poetiche cromie visivo-materiche. Stupendo esempio di come
un’artista definibile postmoderno utilizzi creativamente il
medium cromatico, acrilico, olio, vernice che sia. Addensato, corroso,
raggrumato quanto basta perché venga percepito, se si vuole, con gusto
materico, ma in realtà ‘consumato’ ad opera di una intenzionalità
poetica ed estetica. Per significare, per dare immagine sensoriale ad un
approdo visivo-emozionale. In una efficace operazione di astrazione
lirica, supportata da una sicura e produttiva maestria
tecnico-costruttiva, Bevilacqua sovrappone a cromie paesagistiche di
prima stesura sensazioni, impressioni visivo-eidetiche,
interiorizzazioni del vissuto autobiografico, espansioni della memoria,
il desiderio di autoproiettarsi nell’immagine, oltre l’immagine.
Un’immagine frantumata per così dire a livello molecolare, frazionata
e scomposta su piani di lettura e di vissuto in una interazione pendula,
simbolica del dentro e del fuori, dell’al di qua e dell’al di là.
Una visione cosmogonica, addensata sui permeanti neri, con improvvisi
squarci di vivida luce, raggrumata da brucianti lavici coaguli
d’angoscioso spaesamento, infine protesa su fughe d’azzurro, verdi
riposanti distese.
Coniugando esemplarmente arte e vita, il reale e la sua immagine,
Gianfranco Bevilacqua ci mostra il suo mondo immaginifico, la traccia
formale di un uomo che attraversa, inquieto, ma sempre più fiducioso (Sereno
verrà, è il titolo di una sua opera), il suo e il nostro tempo.
Giuseppe F. Pollutri (agosto 2000)
testo poetico, leggi
[ Sereno
verrà ]
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