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Vittorio
Sereni, poeta dei nostri
anni
"Il
poeta è morto a Milano il giorno 10 del mese di febbraio. Era nato
a Luino (Varese), il 27 luglio 1913. Laureato in Lettere, ha insegnato ed
ha lavorato successivamente nell'editoria. Ma che tipo di poesia ha
espresso, di quali vicende storiche, umane e culturali, è testimone e
partecipe Vittorio Sereni?
A
voler cercare notizie nelle pagine che diversi letterati hanno dedicato a
questo autore lirico, quel che soprattutto colpisce è la volontà di
volerlo distinguere da quella che, più che scuola, fu una atmosfera
intellettuale e poetica, la
cosiddetta
"ermetica"; mentre
si avverte, al tempo stesso, un disagio, una denunciata difficoltà a
poterlo leggere senza tener conto di questa sua (innegabile ed ammessa) terra
d'origine. Valga ad esempio quanto scrive
Carlo Bo: "Facciamo rientrare nel
capitolo sull'ermetismo un poeta che in fondo ha ben poco a che fare o addirittura
nulla da dividere con il movimento ma ce lo facciamo rientrare di proposito
e anche perché non ci sembra possibile fare diversamente" (in «La
nuova poesia", Storia della Letteratura Italiana -
VoI. IX, Garzanti).
Mi chiedo: non sarà che gli addetti ai lavori (i letterati di
professione) - forse per un
minor peso dell'opera di questo poeta, in un tempo letterario-culturale
che ha conosciuto il magistero, indiscusso e insuperabile, di Ungaretti,
di Montale, di Quasimodo e di alcun altro - non abbiano ancora idee del
tutto chiare per dire quel che Sereni è, e non quel che non è
stato? Forse. Eppure dopo tali perplessità ed interrogativi, vale la pena
di soffermarci nell'argomento per individuare una qualche certezza
veicolata da quest'uomo, poeta, buon testimone del
malessere contemporaneo e della letteratura (della poesia in specie) nel
nostro tempo.
Come
già altri, quanti - o per incapacità o per non volere, convinti che così fosse giusto od anche inevitabile
si erano
tenuti intellettualmente ai margini della vita sociale e degli accadimenti
storici, in una sorta di sospensione, anche Vittorio Sereni,
sotto l'urto traumatico della seconda guerra mondiale, ha patito il
rimorso di essere rimasto assente: «di essere sfuggito - come scrive G. Manacorda
- alle grosse responsabilità che la sua generazione si era dovuta assumere".
A tale rimorso diede e seppe dare poetica voce, ed è quanto vale e ci
basta; che avesse ancora o non avesse più accenti "ermetici" è
cosa che forse interesserà la letteratura libresca, non la Cultura.
Diversamente
da tanti altri, peraltro, pur sottoposto all'angoscia per lo
straniamento, non per questo cadde nella facile trappola-alibi
della letteratura impegnata, con tutti i suoi falsi propositi e
sterili risultati, sia politici che letterari. Sereni Continuò ad essere
e mantenersi "assente",
non più al riparo della sfera del privilegio della letteratura, ma
perché consapevole di un destino ineliminabile di una generazione
"vinta" per la quale la storia è un dramma che
si svolge al di fuori della propria
portata, della nostra stessa volontà d'intervento.
Sopraggiunsero lunghi anni di silenzio. Poi, nel
1965, Sereni diede alle stampe la raccolta «Gli strumenti umani »,
tentando di dar voce alla nuova condizione, al nuovo tempo: quello della
pace triste e precaria, del benessere piccolo e sperequato. Fu al tempo
stesso una sfida ed un fallimento, ed insieme una preziosa testimonianza:
la provata coscienza che oltre al sentimento di angoscia per l'assenza già
patita nell'immediato dopoguerra, alla rabbia per un mondo che si
dispiegava diversamente da
quanto
sperato, senza possibilità di poterlo modificare, non c'era altro da
esprimere. Restava solo il fastidio, il disgusto.
Scriverà con amarezza, nel suo tempo ultimo:
L'Italia, una sterminata domenica (…) Non lo amo il mio tempo, non lo
amo."
Giuseppe F. Pollutri
per il periodico "l'Aniene" - 30.04.1983
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