www.operafictilia.com


    
    


        

 
      
 

  opera punto d'Arte  

  NOTE & RECENSIONI                                                           [ Indice ]

             

  a cura di G. F. Pollutri

                  

 

F. Re Rebaudengo - sede di Torino 

 

 


performance di massa


carpet - italia bel paese


l'uomo (il gallerista) installato


Cattelan e l'asino

  

   Moda a Parigi 2007

 

le immagini sono tratte dal web
( ricerca Google)

 

 

        Arte contemporanea: le opere e le installazioni

     Sulla stampa nazionale, come sul web, trovano sempre più spazio le iniziative culturali messe in opera, da oltre un decennio e a più livelli, dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, nelle sue diverse sedi e edifici [1]. Alla Fondazione – scrive Saramicol Viscardi, che ha svolto una tesi di laurea [2] sulla situazione italiana in tema di sistema dei musei, per più versi carente e definito in ogni caso “conservativo” – va il merito, di essersi concentrata sull’arte più recente, italiana e internazionale e soprattutto di aver recepito la richiesta di un pubblico nuovo che “chiede al museo d’essere anche uno spazio culturale che possa offrire un luogo per lo studio, per la ricerca sulle collezioni, per l’apprendimento”. Obiettivo principale della fondazione, si dichiara sul sito-web, è di “sostenere e promuovere l’arte contemporanea, avvicinare a questa un pubblico sempre più vasto”, con l’organizzazione di mostre e, attraverso un “dipartimento didattico” messo a disposizione di bambini e ragazzi, coinvolti e stimolati a più livelli. Una straordinaria attività che andrebbe portata geograficamente anche al centro-sud Italia, considerate le dislocazioni tutte piemontesi delle sedi in cui opera ed espone la Re Rebaudengo.

     Di recente sull’elegante rivista femminile “Grazia” (Mondadori ed.) è apparso un articolo intervista all’animatrice e proprietaria della Fondazione, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, definita “la signora dell’arte contemporanea”, la Peggy Guggenheim italiana. In effetti, la sua azione (collezioni e periodiche azioni tematiche esposte in rigorose e funzionali sale) appare di rilievo, incoraggiante per gli artisti ospitati, giovani e meno giovani, utile strumento di verifica per chi si occupa a livello critico di fare il punto sullo stato dell’arte contemporanea.
Nell’intervista, come nelle scelte effettuate, peraltro si ravvisano non pochi equivoci e rischi d’analisi ed indirizzo. Afferma, infatti, Patrizia Sandretto che l’arte la “usa per conoscere e per capire” ed aggiunge che “l’arte contemporanea è comunicazione sociale, politica”. Ma a parte che l’arte ha sempre avuto (appare banale persino affermarlo) una sua inevitabile contemporaneità e noi abbiamo da tempo sorriso in tal senso alla verbosità modernistica del futurista Tommaso Marinetti, sappiamo che è proprio dell’arte, di tutti i tempi, comunicare e far conoscere, informare e suscitare pensieri, emozioni, riflessioni. E, d’altro canto, a parlare del mondo, della vita e dei suoi molteplici dolori (delle gioie non meno), non c’è solo l’arte, o in ogni caso non solo quelle tradizionali o la letteratura. Di sicuro, sappiamo e possiamo sostenere che non è in questo la peculiarità dell’arte contemporanea. Anzi ad essa qualcuno rimprovera il contrario ed una perdita di funzione e valore nell’attuale società. 
Nel tempo moderno sappiamo che nuove arti: fotografia e cinema, poi la televisione (sia pure con presupposti e finalità diverse), si sono prospettati come formidabili mezzi di comunicazione per immagini, mutuando dal procedimento artistico di un tempo, in alcuni casi più e in altri meno, la sua essenziale caratteristica, la creatività poetica e formale, per offrire alla società-pubblico suggestivi mezzi d’incanto e riflessione, di ludico svago e di catartica evasione. Ma, in genere, sappiamo che in tema di capacità comunicativa ed evocativa, anche un semplice graffito su una tomba arcaica, uno sgrammaticato ed approssimativo testo medievale d’archivio, una semplice lettera dal pietroso e fangoso fronte del Carso (e non solo le liriche di Ungaretti), sono capaci di farlo. Non per questo, credo, questi documenti-traccia di un tempo passato possono essere automaticamente annoverati su ciò che un museo d’arte normalmente espone e propone.

      La Rebaudengo nei suoi spazi espositivi  - accanto ad opere che utilizzano tecniche definibili più tradizionali o relativamente nuove come la stampa fotografica, sia pure ed ovviamente con stilemi d’avanguardia innovativa ormai gene ineliminabile nella produzione contemporanea - ospita quelle che sono definite oggi “performance” e/o “installazioni”, varie e molteplici. Fra queste spiccano alcune opere dell’italiano Maurizio Cattelan, che le riviste del settore qualificano tra i più importanti e più quotati artisti italiani a livello internazionale. D’altronde ad una ricerca sul web si evidenzia indiscutibilmente che i più giovani artisti si esercitano sempre di più in manufatti o comportamenti performanti. Si dia, per verifica, uno sguardo al sito Italian Area – Italian Contemporary Art Archivi. Se è vero che “gli artisti sono selezionati tra quelli promossi dalle più importanti istituzioni italiane e internazionali, nonché tra coloro che hanno contribuito a determinare l'attuale scena artistica [3], ci si renderà conto che ci troviamo o di fronte ad un vero cambiamento di tendenza e di esiti nella prassi artistica, o ad un’involuzione-confusione, di stili, di tecniche, di prospettiva. Sia da parte dell’attore della scena (l’artista), che dell’impresario (il critico, il gallerista, il promotore culturalcommerciale). 
L’ormai assodata convinzione della poeticità formale ed estetica dell’installazione si pone come fatto decisamente nuovo nell’accezione di arte moderna e contemporanea, e merita sicuramente più approfondite analisi, verifiche puntuali e serene sul campo. Personalmente, peraltro, temo che rappresenti, ancora una volta, un escamotage, vanesio quanto di successo, per coprire un evidente smarrimento nella definizione della funzione dell’artista in questa nostra società e soprattutto, a livello filosofico e culturale, nel non voler ammettere che l’essenza dell’arte risiede, pur in tempi miticamente moderni, nella capacità di dare valenza estetica al manufatto e non nella pretesa poeticità, ineffabilità, originalità a tutti i costi e da dimostrare, dati al pensiero pre-creativo dell’opera. Un’opera d’arte confusamente e pretenziosamente e solo concettuale.
 
E’ illuminante in questo esaminare le didascalie che accompagnano certe opere-installazioni presentate sul web. Ma ce n’è una, in tal senso, che ritengo esemplare:è un’opera di Cattelan, “Asino e lampadario” (uno dei suoi tanti asini e fantocci), la cui didascalia “Talvolta non ti viene una buona idea e ti senti un asino” la dice lunga sulla modalità creativa e comportamentale di tale genere di artisti. Viene il fondato sospetto che il termine “idea” è in realtà usata come sinonimo di trovata, parola che evoca un contesto di mistificazione, d’imbroglio o peggio di truffa. E a questo punto, se questo è vero, viene da pensare che gli asini allora siamo noi o chi non lo ha ancora capito o condiviso.

     A non voler pensare male, pur con tutta la comprensione e l’attenzione verso autori tutto sommato in buona fede, preoccupa non meno l’azione di chi li supporta a vario livello, pubblico e privato. Il timore è che la mistificazione arte-installazioni si sia impadronita non solo dei manufatti d’arte, considerati quasi inutili, quanto ben sfruttabili, ma anche della stessa intellettualità che sembra aver abdicato dalla sua funzione d’analisi critica e si presta a far da imbonitore-megafono della prassi dell’installazione, fenomeno di moda e dunque di successo. O per soldo o per colpevole rinuncia. La stessa moda, il pianeta fashion, che nella contemporaneità appare un settore in cui abiti ed accessori appaiono elementi di sicura creatività e maestria, con le ultime sfilate di questi giorni a Parigi, ad opera degli stilisti Viktor&Rolf, abiti, modelle, con traliccio di faretti incorporati o addossati sono autentiche installazioni performanti di se stesse. Dove l'abito non è più un indumento, la modella non è una persona, ma entrambi mezzo e materia per l'esposizione di un'idea.

Le idee stanno alle cose come le costellazioni alle stelle”, ha scritto W. Benjamin, intendendo sottolineare la natura dialettica del rapporto tra le idee e le cose. Un rapporto inscindibile, sicuramente fecondo, ma che diventa mistificatorio quando le cose (le opere nel nostro caso) non sono forma estetica delle idee, ma semplicemente un’accidentale e casuale interpretazione.
 
                                                                                            GFP
06.03.07


[1] http://www.fondsrr.org/fond.html http://www.fondsrr.org/pdf/pdf_ita/missione.pdf
[2] http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=8930
[3] http://www.italianarea.it/index.php

                                                                                                                                       

   vai all'Indice ]