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opera punto d'Arte |
NOTE & RECENSIONI |
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a cura di G. F. Pollutri |
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le immagini sono tratte dal web, ricerca Google |
Je
me sens triste de ce que meme en cas de succés, la peinture ne rapportera
pas ce qu'elle
E' veramente
strano - e comunque non più sopportabile, se non come chiaro segno di
immanente incultura - che il concetto di crisi sia notoriamente il
denominatore comune di ogni manifestazione della e nella struttura
societaria economico–politica, di ieri e di oggi, e, al contrario o
nonostante, tale nozione sembra del tutto inesistente e ormai «rinunciata»
nella sfera della produzione e della ricezione artistica, delle arti
tradizionali in specie. Che noi si viva ormai o ancora in un mondo in
crisi, a diversi e più livelli, è noto e manifesto sulla “pelle” e
nella coscienza di tutti; ed invece il «piccolo mondo» dell'arte
continua a celebrare senza apparenti incertezze o ritegni i suoi olimpici
riti: dove il massimo della realizzazione per l'artista sembra darsi e
consistere, con applauso, nell'incorniciare in mostre e sale di lettura i
propri prodotti. Ciò che oggettualmente peraltro viene mostrato, ciò che
viene letto o scritto, ciò che «decorosamente» incorniciamo: sembra che
non interessi in sostanza più nessuno e spesso, anzi, si pone come
evidente pretesto occasionale, per altre intenzioni ed altri fini. E'
come se il concetto di « morte dell'arte », già dibattuto e variamente
rigettato nella cultura della società
moderna e contemporanea, sia stato «digerito» e poi rigenerato, in un
nuovo umanistico postulato di riconquistata purezza idealistico romantica,
in nome di una « essenza eterna dell'uomo »; una trascendenza che non è
mai esistita in alcun luogo e tanto meno nella società attuale, ma che è
servita probabilmente a toglierci sì dal marxiano ghetto della
sovrastruttura, rilegandoci peraltro nell'inferno dell'afasia o, per bene
che vada, nel limbo dell'ineffabilità. Ecco il punto, cosa ci viene
negata oggi è la voce: la possibilità e la capacità critica di
Sino agli anni sessanta, il
ricordo è vivo, le avanguardie e le neo-avanguardie e tutti gli
“ismi” artistici suscitavano quantomeno stanchezza, se non irritazione
o sberleffi, a seconda dell'età del Ed
allora, perché continuare e come? Conosciamo tutti lo sfruttamento-degrado effettuato dai mass-media sulla e con la immagine drammatica del quadro “Guernica” (1937) di P.Picasso. La tragedia resa asettica ad opera dell'immagine, esposta, celebrata, riprodotta. Ed è solo un esempio dei tanti possibili.
E
se questa e non altra è la realtà da vivere, allora le conclusioni mi
paiono queste: se paghi e convinti di voler e di dover continuare nelle
nostre creazioni artistiche, astoriche e solipsistiche,tali parti ed
alcuni aborti bisognerà tenerseli per se soli, come spazio di licenza e
di vacanza, in un contesto di vita
vissuta con i connotati della schizofrenia; o, al meglio, bisognerà
convenire a riaffermare che «non è affatto vero che la letteratura
(l’arte) si riporti al problema dell’uomo, la letteratura in primo
luogo è letteratura, cioè un gesto non solo arbitrario ma spesso anche
abbondantemente vizioso… Socialmente noi possiamo benissimo fare a meno
della letteratura, noi la facciamo semplicemente perché vogliamo farla,
perché siamo licenziosi, sostanzialmente, sennò non faremmo della
letteratura. Faremmo tutte le altre cose che fa la gente seria, e non scrive
versi” (2). Noi continueremo così
– naturalmente – a scrivere versi, a dipingere, a scolpire, non perché
ci sia data la possibilità di lettura o di essere “letti”, in quanto
l’arte “è un rito dedicato a fruitori inesistenti, cioè la fruibilità
è un carattere del rito, ma che si rivolga o no ad esseri esistenti, è
del tutto irrilevante” (3).
(1)
E. Garroni, “La crisi semantica delle arti”, Officina Ed. |
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