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  opera punto d'Arte  

  NOTE & RECENSIONI 

             

  a cura di G. F. Pollutri

                  

 

 

      

 

  

  

     

   

   

 

 

 le immagini sono tratte dal web, ricerca Google


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        Larte nella società contemporanea, molti dubbi
         e una sola certezza

Je me sens triste de ce que meme en cas de succés, la peinture ne rapportera pas ce qu'elle coute.
(V. Van Gogh, 1853-1890)

      E' veramente strano - e comunque non più sopportabile, se non come chiaro segno di immanente incultura - che il concetto di crisi sia notoriamente il denominatore comune di ogni manifestazione della e nella struttura societaria economico–politica, di ieri e di oggi, e, al contrario o nonostante, tale nozione sembra del tutto inesistente e ormai «rinunciata» nella sfera della produzione e della ricezione artistica, delle arti tradizionali in specie. Che noi si viva ormai o ancora in un mondo in crisi, a diversi e più livelli, è noto e manifesto sulla “pelle” e nella coscienza di tutti; ed invece il «piccolo mondo» dell'arte continua a celebrare senza apparenti incertezze o ritegni i suoi olimpici riti: dove il massimo della realizzazione per l'artista sembra darsi e consistere, con applauso, nell'incorniciare in mostre e sale di lettura i propri prodotti. Ciò che oggettualmente peraltro viene mostrato, ciò che viene letto o scritto, ciò che «decorosamente» incorniciamo: sembra che non interessi in sostanza più nessuno e spesso, anzi, si pone come evidente pretesto occasionale, per altre intenzioni ed altri fini.

E' come se il concetto di « morte dell'arte », già dibattuto e variamente rigettato nella cultura della società moderna e contemporanea, sia stato «digerito» e poi rigenerato, in un nuovo umanistico postulato di riconquistata purezza idealistico romantica, in nome di una « essenza eterna dell'uomo »; una trascendenza che non è mai esistita in alcun luogo e tanto meno nella società attuale, ma che è servita probabilmente a toglierci sì dal marxiano ghetto della sovrastruttura, rilegandoci peraltro nell'inferno dell'afasia o, per bene che vada, nel limbo dell'ineffabilità. Ecco il punto, cosa ci viene negata oggi è la voce: la possibilità e la capacità critica di 
« dire », di testimoniare, di indicare, di ricordare almeno - insomma la possibilità semantica dell'opera d'arte. Al più ci si lascia tranquillamente la veste «decorativa», che è comunque un fraintendimento, giacché anche la decorazione è un mediato discorso significativo. "Son proprio queste - ha scritto E. Garroni – le ragioni apparentemente assurde che conferiscono alla cultura artistica del nostro tempo un prestigio tutto interiore, ipotetico e drammatico, gratuito e gratuitamente necessario. Ma è un prestigio per pochi. Un prestigio classistico, forse. A lungo andare, può sopravvenire la stanchezza e il sospetto che sia più serio occuparsi d’altro, o di niente affatto” (1).

     Sino agli anni sessanta, il ricordo è vivo, le avanguardie e le neo-avanguardie e tutti gli “ismi” artistici suscitavano quantomeno stanchezza, se non irritazione o sberleffi, a seconda dell'età del fruitore; oggi, inizio anni ottanta, non pare che esista o si manifesti neppure tale azione-reazione. Eppure il «linguaggio» iconografico dei nostri prodotti continua ad essere sostanzialmente quello delle avanguardie storiche, anche se forse alquanto più ottuso, degradato e provinciale, ma pur sempre quello, ormai quello. Ciò nonostante le nostre manifestazioni insistono nel vuoto a-critico, sono avvolte dal silenzio delle idee; trovano solo parole di circostanza, alcune ipocrite, molte gratuite.
D'altro
canto: noi che continuiamo ad essere dediti a pittura, scultura o poesia (arti tradizionali ed in fondo passatiste, in quanto riferentisi ad una società elitaria e borghese ormai non più esistente), quali e quanti punti di contatto e di aggancio, sostanziali e vitali, intratteniamo con l'altro mondo: il territorio di chi non dipinge, di chi non scolpisce e non scrive versi, ma “lotta e vive”? A voler trarre indicazione immediata dalla scarsa e quasi nulla razione critica esibita dalla massa in occasione delle nostre reiterate mostre e manifestazioni, sono da considerarsi del tutto inesistenti, labili (o ineffabili?).

Ed allora, perché continuare e come?
Bisognerà forse dare nuova invenzione e rivalutazione agli “antichi” valori, perdutisi o caduti nel confuso rimescolamento delle classi nella società contemporanea, società massificata e non, o non ancora, comunità umana, ed ad opera di chi? Dell’arte forse e della letteratura a cui questa stessa massa non concede possibilità di «linguaggio»
alcuno, ma solo funzione decorativa, se mai; oppure ad opera dei massificati e massificanti odierni mezzi di comunicazione, i quali rispolverano ed utilizzano tali “passatisti" valori solo e in quanto questi si offrono come strutture canovaccio delle loro storie per immagini: illustrazioni acritiche con facile possibilità di lettura e di immediata fruizione eidetica e consumistica?

Conosciamo tutti lo sfruttamento-degrado effettuato dai mass-media sulla e con la immagine drammatica del quadro “Guernica” (1937) di P.Picasso. La tragedia resa asettica ad opera dell'immagine, esposta, celebrata, riprodotta. Ed è solo un esempio dei tanti possibili.

     E se questa e non altra è la realtà da vivere, allora le conclusioni mi paiono queste: se paghi e convinti di voler e di dover continuare nelle nostre creazioni artistiche, astoriche e solipsistiche,tali parti ed alcuni aborti bisognerà tenerseli per se soli, come spazio di licenza e di vacanza, in un contesto di vita vissuta con i connotati della schizofrenia; o, al meglio, bisognerà convenire a riaffermare che «non è affatto vero che la letteratura (l’arte) si riporti al problema dell’uomo, la letteratura in primo luogo è letteratura, cioè un gesto non solo arbitrario ma spesso anche abbondantemente vizioso… Socialmente noi possiamo benissimo fare a meno della letteratura, noi la facciamo semplicemente perché vogliamo farla, perché siamo licenziosi, sostanzialmente, sennò non faremmo della letteratura. Faremmo tutte le altre cose che fa la gente seria, e non scrive versi” (2). Noi continueremo così – naturalmente – a scrivere versi, a dipingere, a scolpire, non perché ci sia data la possibilità di lettura o di essere “letti”, in quanto l’arte “è un rito dedicato a fruitori inesistenti, cioè la fruibilità è un carattere del rito, ma che si rivolga o no ad esseri esistenti, è del tutto irrilevante” (3).
Potrebbe essere conclusivo e pacificante, per noi e per gli altri. Ma ho sempre avuto il sospetto assai poco gratificante che tale argomento, come nota G. Manacorda, “a qualcuno potrebbe ricordare il  vecchio apologo della volpe e dell’uva” (4).

D’altra parte io continuo ad interrogarmi, vanamente, su quale altra soluzione si possa ipotizzare per l’innanzi, se non il già detto occuparsi d’altro, o di niente affatto. Lo statunitense Andy Warhol è riuscito a fare l'una e l'altra cosa, ma ...con un indubbio talento. Quello di far soldi, con l'arte.

                                  G. F. Pollutri 1980, pubblicato sul periodico "l'Aniene", luglio 1982

     (1)  E. Garroni, “La crisi semantica delle arti”, Officina Ed.
(2) (3) da Rivista “Grammatica”, n. 2 Novembre 1964
(4)  G. Manacorda, “Storia della letteratura contemporanea”, Ed. Riuniti



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