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  opera punto d'Arte  

  NOTE & RECENSIONI 

             

  a cura di G. F. Pollutri

                  

 

    

 

   

   

      

    

   

 

 

 


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       Arte... forse 
         

 

   Stimolante incontro di Maestri dell'Arte contemporanea, riuniti « simbolicamente» in  una mostra, intitolata ARTISTI NELLA SCUOLA, allestita con successo  dall’Associazione Culturale Tiburtina, a Palazzo Pusterla di Tivoli.

 

Queste mie riflessioni sulla esposizione “Artisti nella Scuola” nascono da un dialogo a più voci iniziato ad un tavolo, intorno al quale - complici ispirati Guelfo il volficano di Fabriano, il serafico marsicano Patrizio Mercuri, il tiburtino Lanfranco Picchi direttore artistico dell’ACT e il critico officiante Valerio Tucci - si tentò di evocare una impalpabile e pur viva presenza: lo spirito dell'Arte Contemporanea.

Ma l'Arte è necessaria? L'arte ha una funzione nella società contemporanea? Come è possibile oggi giustificarla la figura dell'artista e la sua opera? Arte, perché? Arte ...si,forse! Discorsi risaputi, in certo modo scontati; ma ritenemmo e ritengo che non fosse vano riproporli per tentare di capire perché, in una società di riproducibilità tecnica avanzata, ci si ostini ancora a produrre manufatti il cui unico fine è la creazione artistica e l'unico pregio riconosciuto è un malinteso "fatto a mano".

Discorsi che nascevano, significativamente, in occasione di una conferenza al Grand Hotel di Roma, per la presentazione del « Premio Villa d'Este » (1.a edizione) agli organi d'informazione nazionali. Una manifestazione che avrebbe visto fra l'altro, in mostra, in luogo tradizionalmente provinciale, le opere di pittura e scultura di numerosi ed autentici protagonisti dell'Arte Contemporanea italiana, dai più noti al grosso pubblico (Capogrossi, Purificato, Turcato, Monachesi, Gentilini) ai meno pubblicizzati, ma non meno apprezzati e rilevanti (che non nomino ad evitare inevitabili ma non giuste discriminazioni); ad opera della nostra ACT, che ha permesso “per la prima volta” – come notato da Guelfo (Bianchini) nel Catalogo – che una mostra d'arte fosse lasciata in gestione agli artisti stessi e non alle solite “congreghe”, aventi fini di mercato, di potere e non di cultura.

E ciò nonostante: quanta caparbia indifferenza in ambito locale, quanti falsi, opportunistici, interventi dell'ultima ora. Ma questa è un'altra storia: una storia di perdurante cultura d'accatto, che continua a mortificare - giacché persino imposta da certi Enti Pubblici - tanti tiburtini di sicura intelligenza e sapienza, e di innegabile cuore. Qualcuno, più saccente che intelligente, ha detto di mancata organica unitarietà del materiale esposto... Come dire che noi (o qualsiasi organizzatore)  con una semplice dislocazione spaziale espositiva, potessimo dare un senso organico ed omogeneo a quella che è la confusa vicenda della creazione artistica da un secolo in qua, e di cui la mostra «Artisti nella Scuola» rappresenta un simbolico, ma assai sintomatico spaccato.

« L'arte dopo il '60 non ha fatto altro che rimasticare ciò che hanno sfruttato le prime avanguardie », ha scritto il critico Samuel Montealegre nel 1973. 
Bene: è trascorso ancora un decennio, ma la considerazione resta fondamentale e tutta attuale. Ma ciò che appare più grave e fonte di culturale angoscia è che tale indicazione ci viene dagli autentici Maestri e non da dilettanti sprovveduti o sedicenti  “accademici” che
siamo soliti vedere in mostra dalle nostre parti. Il che ci consente di considerare come non del tutto peregrina l'immagine che vede l'artista ormai ridotto nelle vesti di un palestinese della cultura; a tutti scomodo, per tanti un pretesto per altre operazioni, e per il quale la ricerca di una propria identità o di un proprio territorio è tanto penosa quanto fin'ora vana.
Si dirà che oggi (intendendo con l'oggi un tempo che appare senza fine ed alcuna speranza di futuro) la stessa società vive, in certo senso, profuga: espropriata a più livelli della propria originaria individualità « umana ». Mentre è pur vero che, gratificata d'altri scopi (il benessere, il consumo) e trastullata da altri ludi (sport, cinema, TV), sopravvive ed ingrassa beata (o beota?).

Ma il popolo dell'arte, che per più secoli, con la motivazione del Bello e della Forma, è rimasto asservito (inconsapevole "mass-media" antelitteram) al potere politico e religioso, oggi che viene licenziato da questo stesso potere, perché i suoi strumenti risultano tanto costosi quanto antiquati e di limitata capacità produttiva: dove e per chi potrà continuare a figurare coloristiche immagini e plastiche forme? Forse un qualche despota potrà persino formulare ipotesi di annientamento di tale strana genìa.

Allora non è strano che gli stessi artisti, ridotti in una sorta di ghetto culturale (la stessa Scuola Artistica di Stato può essere oggi ritenuta tale), finiscono col credere di essere veramente diversi, inutili e ...deificabili (come Picasso, il caso più esemplare). Del resto, bisogna pur "campare" e non è strano dunque che artisti di successo - i Casorati, i Fiume, i Guttuso, gli Annigoni, i Greco, i Sassu... - siano entrati a far parte dell'arte-mercato, in cui il fruitore potenziale viene sollecitato all'acquisto in funzione di valori del tutto estranei alla creazione artistica, quale l'investimento finanziario (tutto opinabile, quanto rischioso) e il supposto prestigio sociale. Ma è un’ inganno, per gli uni e per gli altri, un affare per pochi.

Ma gli artisti che fanno? Ha scritto Cézane, ben consapevole certamente del momento evolutivo che stava vivendo: - Sono il primitivo di una nuova arte. A distanza di un secolo, questa stessa manifestazione "Artisti nella Scuola", con tutta la sua propositiva validità culturale, sembra dirci che i suoi discepoli o inconsapevolmente giocano ancora a fare i primitivi , o - al meglio - continuano ad interrogarsi sulla vera natura di tale "nuova" arte e se la novità sia davvero un valore o non, piuttosto, un mito fuorviante ed improduttivo. Quanto poi alla funzione dell'artista in questa nostra società, spesso si sono sentite dire frasi come queste: "l'artista deve spingersi oltre la sua protesta verbale, contro il potere che opprime e non lascia lavorare, deve rendersi partecipe della vita politica disponendo il proprio lavoro per una nuova società più giusta" (Delfino M. Rosso in "Arte e Società", Bompiani); parole che indicano una fattuale irrealizzabile ipotesi e, spesso, dei falsi propositi. La realtà è che l'artista non può esprimersi che in manufatti che rechino originalmente il segno informativo (creativo) dell'individuo, che addensa in esso feconde sintesi di intelligenza e di cultura.

Allora: Arte ...forse è la possibilità di conservare, in epoca tecnologica, preziose radici nell'essenza più profonda ed autentica dell'Essere umano: un libero e stimolante processo mentale, filtrato e/o potenziato dalla sagacia manuale. Una creatività pazza, assurda, ancora umana.

Il "forse" resta d'obbligo. Il dubbio sempre presente nasce dal timore che in un'epoca di comportamenti  e non di valori, la stessa positività di tale postulato sia andato perduta o che sia stata persino rigettata, come una inutile scoria del passato.

G.F. Pollutri per "l’Aniene", 31 dic. 1983                                                                   

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   indico alla vs attenzione il seguente pezzo di Giuseppe Genna (settembre 2006), esempio lampante di come oggi le cose in arte si siano ancora più complicate e rese ai più indecifrabili e astruse:  http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001951.html .

Ovviamente non condivido con tale link quanti contenuti siano in Carmilla on line e le spurie motivazioni culturali che vogliono camuffare intenti politici e di partigiana lotta ed opposizione. Non è chiaramente il mio campo e non è - ritengo - questo il terreno su cui si gioca lo spettacolo dell'arte. 

Un buon luogo  d'indagine invece è quello
di TITOLO - rivista scientifico-culturale d'arte contemporanea    http://www.artstudio.it/titolo/index.html.   A ciascuno il suo. GFP