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opera punto d'Arte |
NOTE & RECENSIONI |
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a cura di G. F. Pollutri |
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b. la tecnica Picchi
artigiano ed artista. Da sempre, sappiamo, l’uomo ha identificato l’artista in chi ha capacità creative ed ha sempre sbeffeggiato chi si presenta come “artista” esponendo frammenti od oggetti pescati nella natura e dalla vita quotidiana. Il gioco-provocazione dadaista è stato chiaramente frainteso, o non compreso. L’uomo della strada chiaramente non ha mai accettato il “concettuale”, per scarsa capacità di astrazione nella sua percezione, sia pure, ma, soprattutto, perché chiama artista chi mostra di avere capacità, come sopradetto, “fabrile”. L’artista, come perenne Efeso, fabbro degli dei, prende un ferro, se necessario lo fonde, ovvero lo riduce a pura materia e, con l’ingegno e con la mano, con gli strumenti del mestiere, fabbrica un qualcosa che prima non esisteva o non era formato: un utensile, una suppellettile, una raffigurazione mimetica. Scatta a questo punto la maraviglia e l’ammirazione per chi – artista – compie un’operazione quasi divina: dare forma alla materia, ovvero creare. Sappiamo che l’arte ha perduto nell’età moderna, progressivamente industrializzata e meccanizzata, sino alla contemporanea età dei mass-media, compiti di comunicazione, esigenze illustrative o commemorative, necessità meramente produttive. L’artista, senza committenze, nel suo studio, nel suo ristretto cerchio di adepti dell’arte, ha finito col pensare arte i suoi stessi mezzi espressivi. Dal cubismo all’impressionismo, dal futurismo all’espressionismo, a tutti gli altri “ismi”, movimenti, avanguardie, neo e trans, non si è fatto altro che occuparsi di come si voglia, o si deve, fare arte. Ma,per fare cosa? Questo sembra non più importante o non necessario precisarlo. Fino al teorizzare “l’arte per l’arte”, senza alcun vincolo o riferimento con la propria o l’altrui realtà esistenziale. Per cui tutto diventa proposizione ludica e indistinta di valore, sia che l’artista sia capace di “battere il ferro”, sia che si limiti a mettere insieme oggetti o cascami della vita quotidiana. L’artista – come annota G. Argan – non è più il detentore di una tecnica, … non produce più oggetti da valutare” . Ma laddove espressioni comunicative – in una civiltà dell’immagine, quale la nostra – vengano ancora richieste e fruite, affinchè la comunicazione possa dirsi efficace, non può che riappropriarsi della connotazione creativa. E nessun uomo sarà capace di “creare”, prodotti fruibili, quantomeno segni significanti, se privo di capacità tecnica, di conoscenza della materia. L. Picchi, che certamente vive culturalmente il nostro tempo, ed ha certamente quanto inevitabilmente fatto propri stilemi e tecniche dei maestri moderni e contemporanei, ma, lontano dal “circo” dell’arte, ha scelto - una sorta di volontà “classica” - di affinare, con la ricerca, con la costante voglia di sperimentare, le proprie capacità tecniche. La sapienza, la sua, al tempo stesso culturale e manuale, di chi conosce il materiale scelto e lo manipola sapendo cosa vuol creare, ciò che intende esprimere. Picchi nel tempo ha utilizzato gesso, legno, argilla, ferro e carta e colore – i materiali che man mano ha avuto a disposizione e/o a considerato mezzo utile a quanto si prefiggeva di costruire (una icona sacra o un carro carnascialesco, formelle di una Via Crucis, il “pupazzo” caricaturale, o il busto commemorativo) sapendo di dover dominare con la propria mano, ovviamente con l’utensile adatto o lo strumento inventato allo scopo, la materia; perché prendesse forma, perché diventasse immagine, perché riuscisse ad esprimere il proprio mondo, perché riuscisse a suscitare emozioni, sensazioni, se pure il solo piacere estetico.
La tecnica di Picchi è quella dell’artigiano, le motivazioni poetiche
che lo guidano nella sua produzione lo rendono un artista. La sensibilità
dell’uomo appartato e pur sempre attento alle mutazioni e agli
accadimenti societari, lo rendono testimone, del suo e del nostro tempo.
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