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opera punto d'Arte |
NOTE & RECENSIONI |
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a cura di G. F. Pollutri |
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a. la poetica "L’ Uomo e la natura" è del 1969. Possiamo considerala la prima di una poetica, quella più originale e sentita, che Picchi scultore ha portato avanti, con molte pause e divagazioni, per un trentennio. Opere che nascono al di fuori della committenza specifica o dell’impellenza promozionale, al di fuori di passioni più specificatamente tecnico-artigianali (quali la ceramica e la carnascialesca cartapesta), in una sfera di espressione libera, autentica, coaguli sofferti di una visione del modo e la sua catartica trasposizione estetica. Centrale nell'opera di L. Picchi è la mutazione – oggi si direbbe genetica - naturale o drammatica, tra la materia metaforica e la forma, tra il caos e il segno simbolico e, in sostanza, tra l’empireo di un’opera d’arte e lo strazio di una vita a cui non si riesce a dare senso e forma, umana.
In questo l'artista tiburtino esprime al meglio la sensibilità dell’artista
contemporaneo che si sviluppa intorno all'idea d’incessante mutamento ed
interscambio fra elementi della percezione sensoriale L’artista e il suo mondo, potrebbe essere il titolo riassuntivo di un percorso antologico, dove l'artista segue l'evoluzione della propria esperienza umana: da “ragazzo con uccello” alla serie dei cavalli che stramazzano a terra o che, prostrati, si protendono con difficoltà verso l’alto, alle avvolgenti sarabande di uomini ed uccelli che si muovono in tondo come una sorta di empireo-prigione, all’uomo al tempo stesso vittima ed artefice di una struttura fisico-societario alienante, al nuovo eroe che tenta di combattere, novello S. Giorgio, la bestia con un esito indefinito e mai definitivo, all’albero antropomorfo, matrice e gabbia esistenziale, al riflessivo e maturo Ciclo vitale, fino all'ultima formella, ove – in una sorta di autoritratto metastorico – l’artista pone se stesso e l’uomo in una sorta di crocifissione, sino all’urlo – senza voce – della propria esistenza. Il richiamo all’atmosfera delle opere di E. Munch, pittore, appare più che un rimando culturale, ed è, in realtà, il perpetuarsi di una dramma storico dell’uomo e dell’artista che vorrebbe ‘urlare’ la propria angoscia, il dolore di ogni essere umano che soffre e piange, tra miseria e malattia, fisica e psichica, ma che non riesce che a tracciare afoni segni di disperazione. Picchi, artista contemporaneo, che per scelta culturale e per contesti societari di pari angoscia e mutamenti, ripete o ritorna, daccapo, a produrre opere e segnali che testimoniano, oggi come un secolo fa, vizi pubblici e private, indicibili, paure. Si perpetua così un’ era fatta di sentimenti forti, di tensioni emotive e di reazioni non più trattenute dalle buone maniere classiche, ma pronte ad esplodere oltre i confini del subconscio, oltre il gioco infantile e sterile di chi, facendo mestiere d’artista, chiede al critico di turno etiche e motivazioni. L’arte di L. Picchi, per lo più, è rimasta, per una istintiva paura di mostrarsi senza riuscire a farsi ascoltare, nel chiuso del suo studio, dove unica possibilità di evasione quotidiana viene cercata e trovata nell’esercizio manuale di dare ludica forma alla materia, modellando maschere e modelli carnascialeschi. Autentici diaframmi metasimbolici, tra l’ordinato gesto della chiave sulla creta (una sorta di strumento wizard) e le voci straniate e corrosive dell’umanità che ha voglia di autodistruggersi. Segnali che giungono nel suo studio, come ad un naufrago, solitario, da una radio sempre accesa. Come un novello Noè pare che attenda il ritorno della colomba. Un segnale che lo inviti ad uscire, che lo stimoli a riprendere un dialogo. Ma - mi chiede, dopo avermi a lungo guardato, in silenzio - …con chi?
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b. Picchi_ la tecnica
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