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  opera punto d'Arte  

  NOTE & RECENSIONI 

             

  a cura di G. F. Pollutri

                  

   

       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

   


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      Picchi, l’opera, la cartapesta 

      Fra le opere esposte dallo scultore Lanfranco Picchi nella mostra di Montecelio, allestita da L. Rubini nel 2005, particolare attenzione merita un manufatto ideato e realizzato per tale esposizione. Di là dalle motivazioni pratiche che hanno originato la scelta, la tecnica usata – una costruzione in cartapesta – pone la necessità di capire come e perché, in termini culturali, un autore possa fare una scelta di questo genere, sicuramente controcorrente, e come tale opera-operazione si inserisca nella produzione dell’artista tiburtino.

     Come per la ceramica, che, nonostante le opere e i valori estetici espressi dai Della Robbia, continua ad essere considerata e praticata come arte “minore”, anche per la cartapesta  il giudizio resta per più versi equivoco e fuorviante. Consultando una guida didattico-divulgativa, leggiamo che la cartapesta “è una tecnica povera di scultura. Si realizza prevalentemente utilizzando carta di quotidiani intrisa di colla vinilica (o anche di colla di farina)”.

In realtà la cartapesta è una tecnica tutt’altro che “povera”, poiché richiede, come in qualsiasi arte, esperienza, capacità formali, abilità manuale. Al solito si etichetta il genere artistico, ch’è pur sempre una classificazione didattico illustrativa spesso insignificante e di scarso aiuto per chi si avvicina ad un manufatto artistico, sulla base del materia utilizzata dall’artista. Certo la cartapesta, forse anche più della terracotta, è espressione di una società povera, che non dispone di mezzi produttivi ricchi e costosi, ma è il classico caso in cui “la necessità aguzza l’ingegno”. Tralasciando i mascheroni carnascialeschi, altro campo in cui bene o male ancora oggi viene utilizzata la tecnica della cartapesta, numerosi sono gli esempi di autentica arte realizzati nelle nostre regioni del sud, per restare in Italia, espressioni di una sapiente tradizione rappresentata al meglio dalla cartapesta napoletana e, dopo la seconda metà del settecento, da  altre aree del paese, quali Lecce, Matera, Nola.

   
Per L. Picchi, l’amore per la cartapesta è un qualcosa di abituale e ampiamente sperimentato per la realizzazione originale di maschere e carri per il Carnevale della città di Tivoli, parallelamente ad un’attività poeticamente più sentita e interpretata da opere realizzate nel tempo con tecniche varie e diversi materiali,  come il gesso, il legno, il bronzo, la terracotta. La cartapesta,  la maschera, il carro simbolico e scenografico, espressioni di una passione autentica e particolare e, al tempo stesso, per e nella  convinzione che l’arte nasce laddove un autore riesce – a prescindere dall’occasione committente – a produrre manufatti che realizzino sapientemente idea e immagine, stimolo e percezione. Una passione ed insieme una sfida, da lui più volte affrontata, con esiti che restano negli annali della manifestazione tiburtina, denotati soprattutto da rara originalità e qualità.
  
    
L’opera esposta da Picchi, riassume in modo esemplare la maniera con cui quest’artista ha da sempre interpretato la sua vocazione: dare immagine ad una sua visione del mondo, al suo sentimento sull’uomo e sulla natura, affrontando di volta in volta il materiale che gli si offriva o che lui trovava idoneo all’opera o al contesto espositivo, con una sapienza da me definita in più occasioni di lettura critica: “fabbrile”, in altre parole dotata da artigiana capacità di modellare, secondo le intenzioni, la materia scelta o di cui artista dispone.

Aldilà della tecnica utilizzata, e vorrei dire nonostante il materiale “povero” con cui è stato formata, nell’ultima sua opera “Oro verde, umanità e natura” L. Picchi ci ripropone un tema a lui caro nell’ultimo ventennio, più volte interpretato in terracotta a tutto tondo o in bassorilievo, che potremmo definire una ricerca dell’uomo nel suo contesto evolutivo (uomo-natura) e metamorfico (straniamento reciproco dell’essere umano e dell’habitat che lo circonda).

Picchi si è formato culturalmente e didatticamente negli anni del maturo dopoguerra (anni ‘50 e ‘60), un tempo in cui quelli che lui ha ritenuto di considerare maestri e testimoni efficaci di un tempo in cui la riscoperta dell’immagine umana non poteva che risentire, anche a livello iconico e visuale, delle atrocità che avevano colpito l’essere umano nei campi di concentramento tedeschi e nell’immane rogo nucleare di Hiroshima. Una cultura che rinunciava definitivamente quell’umanesimo idealistico ancora persistente nella prima metà del novecento e reso ormai improduttivo per la consapevolezza dell’artista di dover fare i conti, anche a livello figurativo, di una realtà globale martoriata e messa in dubbio nel suo nucleo più essenziale. Occorreva ristabilire una scala di valori come paradigma di vita, occorreva ridefinire un'immagine dell’uomo. Il compito dell’arte si definiva così come la riscoperta delle radici dell’uomo, della sua essenza più intima e profonda. Per "riorganizzare il caos", come Eva Hesse ebbe a scrivere negli anni ’70.


   
Per alcuni anni la figura umana in Picchi ha dovuto come districarsi da una sorta di pantano pischico-materico: emergeva come larva dal bozzolo magmatico della materia biologica o vegetativa (tronco e radici, fiori e foglie). Non a caso sono gli anni in cui l’artista, abbandonata la pesantezza statica e oggettivante di gesso e cemento, trova nella peculiare duttilità e plasticità dell’argilla un ottimale medium tecnico formale. Opere in cui parallelamente alla pressoché virtuosa cura del particolare vegetativo, la figura umana ha membra corrose, mutate o dilatate, connotate da doloroso ed evidenziato trapasso, evidenziando nella poetica dell’artista una silenziosa, quasi pudica, sofferenza interiore.

In quest’ultima opera, ed è quasi una sorpresa, pur nella nodosità essenziale di una figura che non indulge a virtuosismi plastici ed anatomici, proprio in virtù della secchezza scabra ed essenziale della cartapesta, utilizzata volutamente nell’accezione tecnica più semplice e popolare, la comunione vegetale-umano più che una trasformazione appare una simbiosi naturale e persino trionfante.

Nella visione dell’esperienza umana, all’interno di un ciclo evolutivo che presuppone un’origine 
ed un fatale ritorno alla materia - una sorta di quaresimale “memento homo …”, l’artista appare in questo caso serenamente pacificato dalla consapevolezza scabra ed autentica del proprio umano destino.

Il manufatto trova nel materiale utilizzato essenzialità di forma e di visione, una sua unicità creativa e funzionale: la carta (quella straccia) la colla di farina, la lamina d’oro e d’argento, il bitume nero e lavico per dare all’immagine la patina del tempo e del vissuto. Una piena coscienza di sé e del mondo che ci accomuna e ci circonda. E’ quella che si dice un’opera d’arte.  (15.11.2005 - G.F. Pollutri per www.picchiarte.it)

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