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opera punto d'Arte |
NOTE & RECENSIONI |
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a cura di G. F. Pollutri |
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Chiesa di Fonte Colombo
le immagini dell’opera completa
possono essere visualizzate
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Essi
allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il
luogo Il tema è la ricorrente contemplazione e rappresentazione de “la via della croce”, del tratto ultimo del cammino percorso da Gesù durante la sua vita terrena. Le origini e le intrinseche motivazioni di questa pia devozione, particolarmente cara alla pietà cristiana popolare in genere ed alla religiosità francescana in particolare, sono assai note in un Paese di lunga e profonda tradizione cattolica, qual’è il nostro, da San Bernardo di Chiaravalle (1153) in poi. Altrettanta
nota e diffusa, peraltro, è la sua rappresentazione e talmente
iconograficamente ripetuta da costituire motivo di serio imbarazzo
interpretativo per un artista che voglia riformularla ex novo e con
il giusto proposito di evitare il già visto, in un’opera che per
la sua essenza e funzione, doveva e deve avere un carattere di massima
comunicabilità, della più immediata ed ampia fruibilità. Ed allora, passando in questa nostra lettura dell’opera, dai contenuti
alla forma, vediamo scaturire dalla pittoricità simbolica di questa
conclusiva formella quella poesia d’immagine, segno d’affinato
sentimento e di sapienza formale, che sembrerebbe mancare nelle altre. Una
falsa impressione, poiché la pittoricità, l'allusività simbolica, non
sempre sono sinonimi di aura poetica. Inoltre, pur nell’angustia
delle dimensioni e del genere (il bassorilievo), questa è opera non di
colore ma di forma, e dove la con-formazione - soprattutto dei personaggi in prima piano, i protagonisti della scena - doveva mostrare essa ed essa sola tutto il tormento, lo sgomento, la
disperazione, la morte. Era dunque una scelta stilistica obbligata e
necessaria. Naturalmente, anche in questa situazione Picchi non poteva esprimersi che con il proprio bagaglio mentale e culturale. Un sostrato di cognizioni, di scelte di gusto e di stile, che ci dicono di un artista che sembra aver utilmente sposato la medievalità dei maestri scultori della scuola lombarda nei secoli XI e XII (il tempo dei maestri comacini, nella loro scabra ed essenziale figuratività), ad un amore, altrettanto forte quanto inconsapevole e inconfessato, portato alla fisicità delle forme del corpo umano nella tipica esuberanza plastica michelangiolesca e rinascimentale in genere. In particolare, è evidente in quest’artista - per restare nell'epoca qui evocata - una ricerca ed una volontà di stile che già appartenne al Gianbologna, per il quale la figura umana trova la sua motivazione formale nell’esigenza rappresentativa del movimento, del gesto e dell'azione come manifestazione di energia interiore. Tuttavia e nondimeno anche Picchi è ormai lontano - pur avendole interiorizzate eideticamente - da certe scelte ideologiche della maniera e del successivo neoclassicismo, e mostra evidente nel suo taglio figurativo l'inevitabile influenza di certa cultura moderna e contemporanea e specificatamente artistica, che va dalle proposizioni veriste alla Courbet, alla grottesca simbolicità, evocativa e tragica, di E. Munch a di J. Ensor. Caratteri divenuti propri dell’arte del XX secolo ed efficacemente evidenti in questa Via Crucis francescana. Notazioni figurative e stilistiche, per le ragioni di committenza già dette, tenute in quest'opera sullo sfondo, ma che realizzano esse stesse una pregevole opera nell'opera. Costituisce la rappresentazione drammatica, visivamente mirabile, di una corale folla umana che, sbeffeggiante e crudele, attonita e dolente, sempre fa da cornice all’eterna vicenda di Cristo, allo storico e ricorrente martirio dell'Uomo. (G.F.P. per “l’Aniene”, 30.11.1983) |
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