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  opera punto d'Arte  

  NOTE & RECENSIONI 

             

  a cura di G. F. Pollutri

            

  
          

 Chiesa di Fonte Colombo   

   

 


...crucifigge!

 

 


XII staz.

 


XIV staz.

 

   le immagini dell’opera  completa    possono essere visualizzate 
sul web: 

al sito
www.picchiarte.it

 

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       La Via Crucis di Fonte Colombo, a Rieti, dell’artista tiburtino Lanfranco Picchi

    
  La passione di Cristo, speranza di salvezza 
      
    

Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo 
del Cranio, detto in ebraico Golgota
. (Giovanni 19,17)

    Il tema è la ricorrente contemplazione e rappresentazione de “la via della croce”, del tratto ultimo del cammino percorso da Gesù durante la sua vita terrena. Le origini e le intrinseche motivazioni di questa pia devozione, particolarmente cara alla pietà cristiana popolare in genere ed alla religiosità francescana in particolare, sono assai note in un Paese di lunga e profonda tradizione cattolica, qual’è il nostro, da San Bernardo di Chiaravalle (1153) in poi.

Altrettanta nota e diffusa, peraltro, è la sua rappresentazione e talmente iconograficamente ripetuta da costituire motivo di serio imbarazzo interpretativo per un artista che voglia riformularla ex novo e con il giusto proposito di evitare il già visto, in un’opera che per la sua essenza e funzione, doveva e deve avere un carattere di massima comunicabilità, della più immediata ed ampia fruibilità. 
Era dunque necessario affrontare il tema ispirandosi, in modo diretto ed esclusivo, all'intimo significato di questa vicenda di dolore e di fede, quale si delinea attraverso un’attenta meditazione sui testi evangelici e liturgici. Conseguentemente, Lanfranco Picchi, da autentico epigono dell'arte di bottega”, ha formato quest'opera quasi ignorando, ove e in quanto possibile, sue spontanee e libere scelte estetiche, per realizzare quanto richiestogli utilizzando null'altro che la propria maestria, sia pure il mestiere, con la sola finalità di dare un'immagine buona per quel tema, per quella destinazione. Non siamo, tuttavia, dinanzi ad opera convenzionale o di maniera. Anche con tali vincoli l’artista ha saputo imprimere alla sua creazione un personale sigillo formale, una sua personale significazione di una vicenda che vede il Cristo fatto uomo, fratello nostro nella carne, atrocemente soffrire, mirabilmente patire, sino all’ultimo urlato spasmo sulla croce, e soccombere sotto l'immane peso d'angoscia per la ferocia scatenata dall'uomo sull'uomo. Ad una religiosità tradizionale, convenzionale ed un tantino edulcorata, apparirà con i caratteri dell'eccessivo certa evidenziazione di fisica ribellione al dolore. Ma, in verità, è proprio quest’impronta figurativa che mette in giusta evidenza il gesto drammatico di Cristo, il valore e il senso che alla sua passione e morte la Cristianità ha sempre attribuito: quello del riscatto, della redenzione dal peccato attraversa una sofferenza realmente patita, nel corpo e nell'anima. E dunque, il risultato di una simile operazione può dirsi denotata, più che da originalità estetico-formale, da sicura e profonda verità interna. 
L’opera di Picchi, come il tema certamente voleva, ma che non esclude una personale con-passione, approda alla conclusione del dramma con una finale esigenza catartica, con un'intima necessità pacificatrice. Nasce così, altrettanta genuina e personale, l'immagine dell'ultimo quadro (un’originale ed insolita XIV stazione), in cui Cristo, risorto da morte, si visualizza in un’icona di ieratica e trasfigurata serenità divina ed umana, e da cui finalmente si leva, autentico segno di fede cristiana, la visione della Salvezza ottenuta attraverso il sacrificio di sé, per amore, segno di supremazia dello spirito sulla materia.

Ed allora, passando in questa nostra lettura dell’opera, dai contenuti alla forma, vediamo scaturire dalla pittoricità simbolica di questa conclusiva formella quella poesia d’immagine, segno d’affinato sentimento e di sapienza formale, che sembrerebbe mancare nelle altre. Una falsa impressione, poiché la pittoricità, l'allusività simbolica, non sempre sono sinonimi di aura poetica. Inoltre, pur nell’angustia delle dimensioni e del genere (il bassorilievo), questa è opera non di colore ma di forma, e dove la con-formazione - soprattutto dei personaggi in prima piano, i protagonisti della scena - doveva mostrare essa ed essa sola tutto il tormento, lo sgomento, la disperazione, la morte. Era dunque una scelta stilistica obbligata e necessaria.

Naturalmente, anche in questa situazione Picchi non poteva esprimersi che con il proprio bagaglio mentale e culturale. Un sostrato di cognizioni, di scelte di gusto e di stile, che ci dicono di un artista che sembra aver utilmente sposato la medievalità dei maestri scultori della scuola lombarda nei secoli XI e XII (il tempo dei maestri comacini, nella loro scabra ed essenziale figuratività), ad un amore, altrettanto forte quanto inconsapevole e inconfessato, portato alla fisicità delle forme del corpo umano nella tipica esuberanza plastica michelangiolesca e rinascimentale in genere. In particolare, è evidente in quest’artista - per restare nell'epoca qui evocata - una ricerca ed una volontà di stile che già appartenne al Gianbologna, per il quale la figura umana trova la sua motivazione formale nell’esigenza rappresentativa del movimento, del gesto e dell'azione come mani­festazione di energia interiore. Tuttavia e nondimeno anche Picchi è ormai lontano - pur avendole interiorizzate eideticamente - da certe scelte ideologiche della maniera e del successivo neoclassicismo, e mostra evidente nel suo taglio figurativo l'inevitabile influenza di certa cultura moderna e contemporanea e specificatamente artistica, che va dalle proposizioni veriste alla Courbet, alla grottesca simbolicità, evocativa e tragica, di E. Munch a di J. Ensor. Caratteri divenuti propri dell’arte del XX secolo ed efficacemente evidenti in questa Via Crucis francescana. Notazioni figurative e stilistiche, per le ragioni di committenza già dette, tenute in quest'opera sullo sfondo, ma che realizzano esse stesse una pregevole opera nell'opera. Costituisce la rappresentazione drammatica, visivamente mirabile, di una corale folla umana che, sbeffeggiante e crudele, attonita e dolente, sempre fa da cornice all’eterna vicenda di Cristo, allo storico e ricorrente martirio dell'Uomo. (G.F.P. per “l’Aniene”, 30.11.1983)

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[ foto della presentazione ]