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opera puntod'Arte        

                  

La Via Crucis di L. Picchi

         
        
dal dolore all'amore

      riflessioni critico-filosofiche del prof. Umberto Marvardi  


    «David cognitionem operum Dei quaerebat, ut ex hoc manuduceretur in Deum », « Meditabor in     
        omnibus operibus tuis, et in factis manuum tuorum...» (Ps. 142, 5, 6).

      "E Tommaso commenta: "L'umana contemplazione, secondo la condizione della presente vita, non può avvenire senza immagini; perché è connaturale all'uomo che la specie intellegibile vera per immagini. Tuttavia la conoscenza intellettuale non consiste nelle immagini stesse, ma in esse è contemplata la purezza dell’intellegibile verità. E ciò non soltanto nelle conoscenze naturali, ma anche in ciò che conosciamo per rivelazione"; e ancora, come dice Dionigi, "la gerarchia degli angeli ci manifesta la luce divina in alcune immagini simboliche per mezzo delle quali siamo ricondotti alla conoscenza della semplice verità intelligibile".
(Q. 180, a 5).

    E' evidente quindi che l'immediata contemplazione di Dio, secondo la condizione della presente vita, è impossibile. Se non nel caso, come fu, del raptus di cui parla Paolo che, morto al sensibile e vivo allo spirituale, vide Dio faccia a faccia. Ma ribadendo Paolo l'affermazione enunciata dal salmo citato, ci dice che la conoscenza di Dio si manifesta soltanto nelle sue opere, "Infatti, i suoi attributi invisibili... si percepiscono nelle opere della creazione" (Rm. I, 20).

    L'uomo ha quindi bisogno di un sostrato sensibile da cui innalzarsi, coi suoi mezzi conoscitivi, ad attingere nel lume della grazia, una super­conoscenza, che si manifesta nelle specie intellegibili, allorché si fanno intima visione di verità sovrasensibili e sovranaturali.

    Ma neanche tanto, direi; se seguendo Dante nell’ascensione al suo, Paradiso, come il pellegrino che, venuto dalla lontana Croazia per vedere l'immagine del volto di Cristo impresso nel sudario della crocifissione, dopo avere contemplato «la Veronica nostra» chiede: «Segnor mio Jesu Cristo, Dio verace / or fu siffatta la sembianza vostra? ».

    E' quello che ci si domandava dopo aver ammirato questa «Via Crucis» modellata dallo scultore Lanfranco Picchi, in un'ascensione d'immagini che, dall'usuale terrestrità salgono, sempre più luminose, a sfolgorare, nell'ultima immagine, i bagliori della divinità di cui Cristo è il centro, nella gloria trionfante della risurrezione. Immagini che s'identificano con l'intuizione lirica che anima l'analogico rapporto formale con l'essenza di tutta la vita del Cristo, nel trascendimento del sensibile per l'immensa luce che dal Cristo si fa fiamma d'amore, alla salvazione di tutta l'umanità, oltre ogni umana possibilità.

    Ma le immagini riemerse dall'intuizione del nostro scultore, così lontane nei secoli della loro realtà storica, non soltanto non sono più quelle immagini, ma, nell'invenzione fantastica dell'artista sono ora immagini soggettive e analogiche alle immagini della fede che rifulgono per speculum et in aenigmate oltre la loro efficienza d'invenzione artistica, per una suggestione che trascende quella stessa forma dell'arte che pure, adesso e in futuro, si manifesterà ai nostri sensi come devota e venerata rappresentazione.

    Figure ad alto rilievo che dalla memoria riaccendono la nostra esperienza devozionale al luminoso livello delle nostre specie intellegibili; emblematiche della luce d'un mistero che innalza la fattura sensibile dell'arte alla gratuità d'un'anamnesi contemplativa, la quale a sua volta affonda nell'inconscio per riemergere alla coscienza nella volontà di un più intenso amore di Dio. Infatti, la figurazione della Via crucis ritorna alla commozione originaria di una sensibilità tutta umana; ma che pure si trascende nella dolorosa vicenda del martirio di Gesù, rivivendo la, storia e teologia: dalla sua cattura, dalla scarnificante flagellazione, dalla condanna a morte, dallo schiacciante peso della croce, dallo strazio delle pie donne, dalla salita al Calvario, sino alla crocifissione ed alla morte sulla croce. Un ritmo figurativo d'un tremendo spessore spasmodico che s'innalza nell'ultimo grido dell’agonia; il cui simbolo scritturale sembra spegnere, con la stessa morte di Gesù, ogni umana speranza.

      Ma il primo accesso alla luminosità della divina risurrezione, è stato quello che offre ai nostri occhi il temprato realismo che lo scultore ha impresso all'informe creta delle sue intime visioni.

    Forti commozioni richiedono forti espressioni. Infatti, la condotta drammatica di queste sacre figure, sembra far balzare dai rilievi della terracotta, la concretezza esistenziale delle rispettive immagini storiche, nella corposa modellatura di volumi formali che creano spazi commozionali, sospesi allo strazio di un dolore che universalizza l'uomo all'altezza del Dio in croce, strazio che si trascende nella carità di una profonda virtù contemplativa.

      Dunque, le immagini di questa Via crucis ritraggono, dal loro stigma esistenziale, quell'incisività di significati che le innalza a simbolo di un'umanità tesa al Cristo, nell’analogico dolore che la croce ha suscitato nell’afflizione del cuore. Per cui, oltre l'atto devozionale di una Via Crucis che rinnova la strada del Calvario, suscita alla nostra umanità la immensa gratitudine per la salvezza che nell' amore al Cristo per la sua via crucis riconferma e sollecita la nuova vita dell’eternità: dal dolore all'amore".
 
(lettura di Umberto Marvardi, in Tivoli, 3 dic. 1983 - pubblicato sul periodico "l'Aniene" del 15.12.83)


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