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Dadà
...dadaismo. Ma di cosa parliamo?
appunti
e riflessioni
A proposito
della recensione apparsa sulla stampa locale della Collettiva d’arte,
denominata “Arte in
Piazza”,
tenutasi nello scorso mese di
novembre 2006, per il terzo anno,
a Montecelio di Guidonia.
Se
è vero che l’arte contemporanea – dopo un secolo di neo e
postavanguardie - è sempre più simile ad uno zibaldone, composto e messo
in scena, più che dagli artisti, da imbonitori mediatici e saltimbanchi
di varia specie, è comunque paradossale che dopo quasi un secolo c’è
ancora chi ritiene il fenomeno “dada”, movimento essenzialmente
letterario-filosofico, come un nuovo-moderno genere artistico.
Non
ho visto quest’anno tale mostra, per cui non voglio né posso parlare
di
quanto messo in esposizione, ma devo augurarmi che le opere presentate non
siano la causa diretta del guazzabuglio critico presente nella recensione,
laddove l’articolista butta e mischia nel frullatore delle parole: la poetica
del Dadaismo, evocata “eccellentemente” da opere realizzate
nella concezione più pura del post-modernismo, come” ritorno”
ad alcune correnti come il Cubismo e il Futurismo, per una ricerca
riconducibile allo stile “informale materico”…
Ora,
non è mia intenzione fare il critico del critico (ed ognuno è libero di
esprimersi come vuole), ma per aver approfondito in modo sufficiente il
Dadà nelle mie
letture, vorrei poter fare alcune osservazioni su tale movimento e su
certe
equivoche conseguenze.
Amava
ripetere nei suoi scritti Tristan Tzara, inventore e animatore del Dadà,
che “l’arte non è una cosa seria…”. E conseguentemente,
lui e i suoi amici, nelle loro manifestazioni (siamo ai primi decenni del
trascorso novecento) inscenarono pseudo opere letterarie e artistiche, tra
il non senso e il meccanicistico,
tra il casuale e il volutamente
provocatorio.
Alla ricerca di un nuovo rapporto – libero e spontaneo,
dichiaravano – tra arte e vita.
La
cosa curiosa è che intere successive generazioni hanno preso le loro
‘cose’
e le loro gratuite invenzioni come un nuovo genere artistico,
definito
ancor oggi, appunto, “Dadaismo”. Un
movimento, quello del dada (la stessa parola “dada non
significa nulla”, loro stessi dicevano), violentemente antiartistico
e antiletterario, comunque di rottura di certi schemi rigidi e sclerotici
in cui versava la cultura del tempo. Ebbe il merito indubbio, con tale operazione,
di realizzare un radicale rinnovamento ed adeguamento dell’Arte ad
esigenze nuove dell’uomo e della società contemporanea, ma
non intendeva affatto postulare un
nuovo modo di fare,
poesia od arte.
Dada era anzi contro tutti i sistemi, contro le teorie e le accademie (“Ne
abbiamo abbastanza - scrivevano - delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee
formali”) e metteva in guardia gli spiriti liberi (“tutti i
gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete”)
dalle avanguardie e dagli –ismi ricorrenti. E, naturalmente, dada come disgusto
e come ribellione totale e sistematica, durò poco (sette
furono i manifesti pubblicati, dal 1916 al 1927). Era chiaro che
insistendo per questa via, Dadà si sarebbe presto trovato in un vicolo
cieco, senza possibilità di sviluppo. Poi, altrettanto naturalmente,
gli
artisti – secondo una sorta di anatema moralistico e fuori luogo
espresso da un convinto dadaista, il francese G. Ribemont
Dessaignes - “come la cagna della bibbia, tornarono al loro vomito!”.
Ovvero,
a partire da Andrè Breton, il primo dei collaboratori di Tzara, ripresero
a fare letteratura ed arte, cioè a scrivere, a disegnare, a progettare
edifici, a dipingere e scolpire.
Certo il mondo e il loro modo era
cambiato, ma il fare arte restava (e resta, a mio avviso) dare forma ed
immagine – tramite la materia – alle proprie idee, alle proprie
sensazioni emozionali, alla propria esistenza psico-fisica. Il modo, i
procedimenti, sono un fatto personale quanto accidentale della produzione
dell’opera da parte dell’artista. Può interessare lo studioso per una
lettura critica del manufatto e dell’autore, ma non può interessare il
fruitore.
O non più di tanto.
Allora,
voglio chiudere questo mio intervento con un invito-riflessione:
parliamo delle
opere, quelle che di volta in volta ci vengono proposte, per se stesse,
nella loro genesi se utile, ma, soprattutto, nel loro fenomenizzarsi
materico-visivo. Evitiamo di chiamare “nuovo” o “innovativo”
– ed è questa la lezione più autentica del pensiero o della
“poetica” dadà - quanto altri hanno già fatto, altrove e in
altro tempo.
Altrimenti,
quello che facciamo e diciamo (artisti e critici) è ancora un ripetere,
infantilmente: dada, dada… Ovvero niente.
Giuseppe
F. Pollutri, dic. 2006
le immagini sono tratte da:
T. Tzara,
Manifesti del dadaismo, Einaudi Ed. (foto1,3); dal web, ricerca Google,
(foto 2,4,5,6)
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