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opera punto d'Arte |
NOTE & RECENSIONI |
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a cura di G. F. Pollutri |
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foto GFP (proprietà riservata) |
Mi aveva già scritto un amico,
lievemente sfottente: “é tua l’opera …con la bocca e senza testa”, di
cui si discute e dibatte in quel di Tivoli? Peraltro lui, intelligente
ricercatore e acuto osservatore, ma che non sa di arte, aveva poi
concluso, “di cosa sia, di cosa si tratti, vedi tu ché ci capisci”.
Invece tutti, pur essendo di altro mestiere, hanno dichiarato o
sottinteso che l’opera fosse magnifica, a prescindere dalle beghe
cittadine, e che l’artista fosse senz’altro dire “grande e celebre”. E
non capisco s’è più per ignoranza vera ed escusativa o per servilismo
inopportuno.
Chi
scrive questa nota, da critico per niente di fama, pure con qualche
capacità e preparazione specifica, ha pensato di guardare solo
l’opera e ha cercato di informarsi sull’artista in questione e delle sue
opere tante, variamente dislocate, in piazze e giardini, in Italia e
all’estero. Senza alcuna riserva mentale mi son detto: Se l’arte di
questo scultore ha tanto successo, o, più propriamente, tante occasioni
e commissioni, qualcosa vorrà pur dire! Sempre l’amico di sopra,
abituato più di me per sua professione a riflettere e a vedere le
pubbliche cose, mi faceva osservare che:
Ma
il mio interesse in questa sede deve essere solo culturale. Tralasciando
le ragioni dello scontro sulla collocazione del “monumento”, detto anche
inopportuno e inutile “ingombro”, volendo riflettere sul valore
estetico-culturale dell’arte di Igor Mitoraj, mi sono ancora chiesto del
come mai - pur frequentando il settore - tale artista mi fosse alquanto
sfuggito. Eppure, vedo nella rete-web che il consenso documentale c’è:
ampio e variamente illustrato. In realtà: oltre alle immagini tante che
fotografano solo la diffusa ed effettiva presenza dei manufatti creati e
installati, le testimonianze e le “critiche” sono generalmente “buone”
quanto estrapolate da presentazioni dell’opera e dell’artista da parte
di chi ha proposto e voluto la commissione e/o da parte di chi ha
ricevuto l’incarico di illustrare, con l’arte della parola ed
altrettanto incenso se occorre, tanto l’artista e la sua opera e, non
meno, il personaggio pubblico e privato che ha voluto e commissionato il
tutto. Conosco abbastanza l’arte del dire e non dire, per non
capirlo. Torniamo, comunque, al nostro artista di tanto pubblico successo e alla sua opera messa in piazza, a Tivoli. In altro mio corsivo lo definivo, con volontà letteralmente provocatoria (di qualche risposta più specifica, mai avuta): “il masso”, un blocco in lapis tiburtinus, dove più dove meno sbozzato, ammantato, dopo il drappellone da cerimonia di un’inaugurazione mai avvenuta, da un “sottile velo d’acqua che scorre”... Il tutto - iniziativa fotocopia di analoga “riqualificazione” di una piazza in quel di Roma, anno 2003 - appare elemento da costruito giardino del tipo cultura d’accatto, tronfia e costosa, oggi tanto in voga nei nobilitanti ristoranti-ville-tenute per pranzi di nozze e simili. O se vogliamo, nel gusto borghese di chi “ha fatto i soldi” e si fa costruire nella sua villa un rock-garden, un giardino con roccia …con tanto di rivolo d’acqua. I bambini a Tivoli, in quel di piazza Trento, invece che l’atteso culturale e di moda Ooh…!, hanno subito sguazzato nella piccola pescòlla, ai piedi dell’opera-monumento. Se pure fosse quello lo scopo del committente, con dannazione di mamme e nonni, certo poco contribuisce a spiegare quale sia la “poetica” informativa dell’artista. Riproporre in grande – come i bambini usano fare e gradire – sculture romane (classiche e per niente arcaiche, che siano o le si voglia dire), potrà servire a dare elementi per l’arredo, di piazze e giardini, ma non se ne capisce lo scopo e finalità artistici. Del tempo antico, si sa, a noi spesso sono rimasti, fra i ruderi, frammenti o parti frammentate. Ed è lì che il nostro va a pescare e replicare, magnificandoli in dimensioni mega stupefacenti, con un gusto del tutto decadente e, dunque, assai poco classico. Certo i suoi scolpiti massi, facce, ali e gambe, in travertino, in marmo, in ferro o bronzo, sono buoni per “fare scena”, come al tempo dei kolossal cine-romani alla BenHur, per ricostruire in cartapesta cinematografica la grandezza di Roma caput mundi, come, con sfilate e sceneggiate pretenziose e vacue, al tempo del “ventennio” in Italia, secolo scorso. Non diversamente appare, per quanto di successo, la detta poetica di Mitoraj e dei suoi per altri fini interessati promotori. Una percezione dell’arte, o meglio delle percezioni sull’arte, palesemente fuori tempo. Già nell’età moderna (tra otto e novecento), l’opera d’arte, anche se ancora manufatta, veniva con astrazione ri-formata e riformulata per significare - e lo era - un disagio dell’artista che aveva perduto insieme sicura committenza e scopo nel suo fare e destino e, non meno, testimoniava la sofferenza di una società piagata e in ansia a più livelli. Ai giorni nostri, poi, l’artista, tra quelli più trendy e in voga, propone non più manufatti, più o meno artisticamente formati ma installazioni, spesso mega, a volte cruente o canagliesche, persino ridicole, quanto tutte, come tutto, abbondantemente sponsorizzate da industriali e commercianti, e talora dai politici. Anche quelle di Mitoraj si possono dire …installazioni? In qualche modo, certo, ma non credo che il dirlo (o ammetterlo), nell’asserita quanto confusa ispirazione alla romana classicità, possa piacergli o gratificarlo. E’ anche possibile osservare, sul piano formale (per limitarci alla lettura dell’opera, almeno di quella installata in città), che l’artista ha comunque compreso che rischiava di fare delle copie. E, si sa, le riproduzioni le possono fare tranquillamente gli scalpellini, onesti lavoratori da fatica della pietra, ma che poco possono avvalorare chi pensa di chiamarsi ed essere artista. E per non fare cosa da confondersi nel tempo per una copia di qualche frammento antico, ha nel “masso” prodotto …buchi (si è scritto: “delle introspezioni”), delle cubiche protuberanze, delle inserzioni, opera nell’opera, fine a se stesse. Concettualmente confuse e frammentarie, com’è nel gusto tutto suo dello straniero che, giunto in Italia, ammira entusiasta e nient’altro sa dire, scioccato com’è da quella che è stata detta la “sindrome di Stendhal”: …very good, very very nice! Veramente caratteristico. Ma l’arte è altra cosa, anche in età moderna e contemporanea. In questo è rimasta inevitabilmente tale: l’arte è invenzione, è mezzo visivo per dare all’umanità sua contemporanea, come ho scritto altrove, “l’anima visibile del mondo”. Per farlo, occorre cultura, approfondita e vera, richiede originalità semantica autentica. Solo così può essere – com’é suo compito e destino - comunicazione e informazione. Invece, l’opera very good di Mitoraj - lo chiedo a lettori e cittadini, a quant’altri mi vogliano dare risposta - oltre al fastidio non poco per gli adulti e al trastullo inaspettato per i piccini: Che cosa comunica? (G. F. Pollutri, per Il Cittadino, maggio 2008) |
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